Sette Domande sul Counseling

Riportiamo questa interessante ed un po’ provocatoria lettera di Domenico Nigro, direttore didattico della Scuola IN Counseling, che ci da un po’ il polso della attuale condizione del counseling in Italia. Sottolineiamo insieme la necessità di uno sviluppo europeo delle professioni d’aiuto che si distacchi dalle lotte professionali corporative e territoriali, che vanno a scapito alla fine solo del paziente o cliente che dir si voglia.

pietre-300x224

LETTERA APERTA AI COUNSELOR E AGLI “PSICO-QUALCOSA”.

Cari Tutti
sono Domenico Nigro, direttore didattico della “Scuola IN Counseling” del “Lo Specchio Magico” di Torino. Con questa “lettera aperta” voglio intervenire nei lavori del “Coordinamento Scuole” di Assocounseling, sanando un po’ il mio senso di colpa per non riuscire a parteciparvi. Innanzitutto, dichiaro che trovo il confronto-scontro sulle differenze tra ogni “Psico-qualcosa” e il Counseling un’attività sterile, dannosa e fastidiosa. Non credo proprio che faremo il bene del Counseling e sosterremo l’affermazione di noi Counselor, come legittime figure professionali, se continueremo ad accettare un piano del confronto originato e sostenuto da una falsa logica: “il Counseling è una professione agita attraverso il ricorso ad “atti tipici” propri degli “Psico-qualcosa” se non sei “Psico-qualcosa”, non puoi fare Counseling”. Anche affettare il salame è un “atto tipico” dei salumieri, eppure a nessun salumiere verrebbe mai in mente di pretendere l’appannaggio esclusivo di tale attività. Detto questo, in quanto esperto di Counseling (ho seguito una formazione specifica IN Counseling, faccio Counseling, faccio il formatore di counselor, continuo ad aggiornarmi e a formarmi IN Counseling, seguo le direttive deontologico-professionali degli organismi internazionali di Counseling), sono interessato al confronto sui seguenti temi:

  1. Cos’è il Counseling?
  2. Come si fa Counseling?
  3. Quali sono le competenze che ne permettono l’esercizio?
  4. Come si formano queste competenze?
  5. Quali “materie” di studio/apprendimento per la formazione “IN Counseling”?
  6. Chi può formare i counselor?
  7. Chi può accedere alla formazione “IN Counseling”?

 1. Alla prima domanda, “Cos’è il Counseling?”, voglio dare una risposta che, vista la complessità semantica, la varietà di azioni, l’articolazione di tipologie,  proprie del Counseling, semplicemente, ci possa ancorare alla sua essenza:  “Ogni volta che qualcuno aiuta qualcun altro a meglio affrontare i propri problemi, esistenziali e di crescita, e lo fa:

  1. senza sostituirsi a lui, senza proporgli ricette o soluzioni precostituite,
  2. aiutandolo a meglio riconoscere gli elementi problematici in causa e
  3. a meglio utilizzare le proprie possibilità di intervenire su di questi al fine di migliorare la propria condizione,

 questo è Counseling”.

2. Come si fa Counseling?

 A questa domanda voglio/posso rispondere concentrandomi su quello che faccio io.  Io faccio Counseling così:

Keep-calm

  1. accolgo il cliente;
  2. l’ascolto, ascoltandomi (ascolto quello che mi succede, a livello emotivo, di sensazioni e di pensieri, ascoltando il cliente);
  3. l’osservo, osservo quello che fa, come lo fa; presto attenzione a cosa dice e a come lo dice;
  4. chiedo precisazioni, riformulazioni e, a volte, propongo esercizi di respirazione, di ascolto, di drammatizzazione e di “messa in atto” (nell’accezione gestaltica);
  5. sto con quello che il cliente mi dice (lo accolgo); sto con quello che il cliente fa (lo accolgo); accolgo quello che provo nello stare con lui;
  6. in questo stare ed accogliere, divento consapevole dei miei sentimenti, dei miei pensieri e del rapporto che intercorre tra i miei pensieri ed i miei sentimenti; spesso ho delle intuizioni;
  7. condivido il tutto con il cliente,  prestando attenzione a farlo con modalità che lui possa accogliere;
  8. la condivisione sviluppa il confronto ed arricchisce la relazione;
  9. in questa relazione il cliente fa le sue scoperte, io faccio le mie scoperte;
  10. se il cliente ha voglia e se la sente, condivide le sue riflessioni e io lo aiuto a riformularle/rielaborarle in un modo che lui stesso possa trovare “buono”  e “utile” per se stesso.

 3. Quali sono le competenze che permettono l’esercizio del Counseling?

Io dico che le competenze che permettono di fare Counseling sono, in prima ed ultima istanza, tutte le “Competenze Relazionali” di cui possiamo disporre, in particolar modo:

  • l’accoglienza
  • l’ascolto
  • il saper prendersi cura
  • la sensibilità
  • l’empatia
  • la creatività
  • l’onestà
  • la proattività
  • la comunicazione
  • l’intelligenza emotiva
  • la presenza e l’affidabilità
  • l’intuizione

Certo, fare Counseling vuol dire, anche, ricorrere all’utilizzo di alcune “Tecniche Specifiche”. Io, a volte, propongo al cliente esercizi di ascolto, di respirazione, di drammatizzazione, di “messa in atto” (nell’accezione gestaltica). Altri counselor proporranno altre “Tecniche Specifiche”, ma, per fare Counseling, tutti noi counselor facciamo uso, soprattutto, delle nostre più naturali “Competenze Personali” del:

  • saper vedere
  • saper sentire
  • saper pensare
  • saper agire.

 E qui, prepotente, emerge in me il fastidio nei confronti di chi fa un unico mazzo dei propri “atti tipici” e delle proprie seghe mentali. Chissà se a tale signoria può apparire chiaro il collegamento  tra la valorizzazione di tali “Competenze Personali” e gli insegnamenti di “filosofie” ultra millenarie, quali, ad esempio, il buddismo! Propongo questo collegamento, fra i mille possibili, a puro titolo esemplificativo, soprattutto per invitare gli “Psico-qualcosa” a non tirarsela troppo, visto che nella storia dell’umanità le loro “scoperte” e i loro “saperi” appaiono in mille altre versioni, antecedenti ai loro! Detto questo, però, ci tengo a precisare cosa mi porta ad includere le “Competenze Personali” del saper vedere, sentire, pensare ed agire, fra le competenze tipiche del Counseling.

charles-schulz-peanuts-teamwork-238x300Lo posso fare in chiave autobiografica, parlando della mia esperienza personale. Quando, diversi anni or sono, mi sono iscritto alla scuola di Gestalt Counseling dell’IBTG di Torino, l’ho fatto perché sentivo il bisogno di arricchire le mie competenze professionali di consulente e formatore aziendale (Coaching, Marketing e Comunicazione). La mia consulenza aziendale riguardava la gestione delle relazioni azienda-cliente e la gestione del personale che se ne doveva occupare. Cercavo di migliorare, e rendere più produttive, alcune situazioni relazionali-professionali, ma non ero soddisfatto dei miei modelli di riferimento teorico, delle tecniche di formazione di cui disponevo e che utilizzavo. Non solo,  mi sentivo come se mi mancasse qualcosa, sentivo un vuoto dentro di me, che volevo riempire. Scoprire il Counseling, farne esperienza, mi ha cambiato la vita. Ho imparato a vedere cose che prima non vedevo, a  sentire cose che prima non sentivo, a pensare cose che prima non pensavo, a fare cose che prima non facevo. In questo senso, sono cambiate, arricchendosi, le mie competenze personali più importanti:

  • saper vedere,
  • saper sentire,
  • saper pensare,
  • saper fare

sono queste le “competenze personali” di cui ho fatto esperienza di miglioramento grazie al Counseling. Sono queste le competenze personali che il Counseling tende a sviluppare-migliorare!  Sia quando, come allievi, facciamo la formazione IN Counseling, sia quando, come clienti, “riceviamo” il Counseling, sia quando, come counselor, facciamo Counseling. Possiamo cambiare/migliorare il nostro modo di vedere, sentire, pensare, fare, unicamente facendo esperienza di un diverso e più gratificante modo di vedere, sentire, pensare, fare. Questo è ciò che accade sia quando si fa la formazione IN Counseling, sia quando si riceve l’aiuto di un counselor. Nella mia esperienza, questo è stato ed è possibile grazie ad un’azione particolare: “ascoltare, dando valore a ciò che sento”. Ho scoperto che il senso di ciò che vedo-sento-penso-faccio cambia, per me, in funzione di quanto e come mi ascolto e sto in ascolto. Il mio stare in ascolto “qualifica” ciò di cui mi accorgo, sia di me stesso sia degli altri. Questa “qualità” è ciò che condivido (alias riporto, rappresento, offro all’altro) nel mio fare Counseling ed è ciò che gli dà valore. Eppure non sono uno “Psicologo”, né ho fatto una scuola di qualche “Psico-qualcosa”. Come ho potuto imparare a farlo? Sono stato “educato” all’ascolto, mi sono “allenato” ad ascoltare e continuo a farlo (chissà se e quanto l’ascoltare sia un “atto tipico” degli “Psico-qualcosa”!?). Insomma, posso fare Counseling, principalmente, grazie all’educazione all’ascolto che ho ricevuto e all’allenamento all’ascolto che ho praticato, ma, a tutto tondo, faccio Counseling facendo leva:

  • sulle mie “Competenze Relazionali”
  •  sulle mie “Competenze Personali”
  • sull’utilizzo di alcune “Tecniche Specifiche” (il cui apprendimento è accessibile a chiunque!)
  • su tutte le conoscenze teorico-metodologiche di cui dispongo, relative alla gestione dei processi di crescita, di sviluppo e miglioramento dell’esistenza e delle relazioni umane.

Le competenze che ci permettono di fare Counseling sono una struttura dinamica, composta da elementi in continuo movimento, in cui “Competenze Relazionali”, “Competenze Personali”, utilizzo di “Tecniche Specifiche” fanno un tutt’uno con i tutti nostri “saperi teorico-intellettuali”. Anche i nostri “Saperi Teorico-Intellettuali” rientrano tra le “Competenze che ci permettono di fare Counseling”. È ovvia la considerazione che più questi sono ricchi e vari, più il nostro fare Counseling se ne potrà, opportunamente, servire (ora per reggere una richiesta di spiegazioni; ora come aiuto per assegnare un senso a ciò che si affronta, confronta, sperimenta facendo Counseling; ora come input intellettuale sul miglior ricorso ad una qualche tecnica utile a meglio gestire le situazioni di difficoltà in cui possiamo ritrovarci facendo Counseling). Ma, se le competenze teorico-intellettuali utili per un buon Counseling possono essere infinite, questo non vuol dire che sia indispensabile avere una “cultura infinita” per fare Counseling. È sufficiente avere:

  1. le nozioni di base, di derivazione filosofica, storica, psicologica, sociologica, utili ad inquadrare il senso e le ragioni del fare Counseling;
  2. la conoscenza degli aspetti teorico-metodologici di base, propri dell’indirizzo di studi, di principi e di pensieri a cui la propria scuola IN Counseling si ispira nel proporre il proprio modo di fare Counseling;
  3. padronanza dei rudimenti dell’arte del comunicare.

4. Come si formano le competenze che permettono l’esercizio del Counseling?

Le competenze indispensabili per fare Counseling, sono competenze/abilità alla cui Peanuts-Think-Big-Posters-240x300formazione è possibile lavorare unicamente allenandole. Non c’è alcuna lettura, non c’è alcun percorso di formazione teorica, non c’è alcun insegnamento accademico in grado, da solo, di formare un counselor. In una buona formazione di Counseling, alleniamo il nostro guardare, sentire, pensare e fare, allenandoci ad ascoltare e, così allenandoci, facciamo esperienza di un diverso modo di vedere, sentire, pensare e fare. Nella mia esperienza di formazione, lo sviluppo ed il miglioramento di tali competenze è stato e continua ad essere possibile principalmente, e sostanzialmente, grazie ad un continuo allenamento. Mi sono allenato e continuo ad allenarmi innanzitutto all’ascolto. Ascolto cosa sento, prestando attenzione a quello che vedo, che sento, che penso, che faccio. Ascolto cosa sento nel confrontare tutto quello che vedo, che sento, che penso, che faccio, con quello che vedono, sentono, pensano, fanno gli altri. Ascolto cosa mi capita e cosa percepisco capitare intorno a me con lo stare in ascolto. Ho scoperto che l’ascoltare mi permette di vedere cose nascoste; mi permette di riconoscere e accettare ciò che sto sentendo e ciò che sta sentendo l’altro; ciò che sto pensando e ciò che sta pensando l’altro; ciò che sto facendo e ciò che sta facendo l’altro. Ho scoperto che posso condividere ciò che ascolto, posso condividere il senso che traggo da ciò che ascolto offrendolo a me stesso e a chi mi sta a sentire. L’essere capaci di condividere ciò che vediamo, sentiamo, pensiamo e facciamo e tutto il senso che questo ha per noi, per me è: essere competenti IN Counseling! La “Competenza IN Counseling” è una struttura dinamica, che formiamo allenando le nostre “Competenze Relazionali” e le nostre “Competenze Personali” (nei termini sopra presentati). Tali “Competenze” possono essere integrate ed irrobustite dai nostri “saperi teorico-intellettuali”. Più questi sono ricchi e vari, più il nostro fare Counseling se ne potrà, opportunamente, servire. Ma, a una scuola di Counseling non si può chiedere di curare l’intera formazione teorico-intellettuale di un counselor. A questa “bisogna” deve dedicarsi, adeguatamente, il counselor. Lo deve fare per senso di responsabilità/interesse personale e… per non essere tagliato fuori dal mercato! Ribadisco, ad integrazione di tutta la formazione esperienziale, alias lavoro di consapevolezza, su cui deve, principalmente, organizzarsi, ad una scuola di Counseling possiamo, “semplicemente”, assegnare il compito di curare per i propri allievi:

  1. la messa a fuoco degli elementi “filosofici-storico-antro-psico-sociologici” di base utili ad inquadrare il senso e le ragioni del fare Counseling;
  2. la presentazione degli aspetti teorico-metodologici propri dell’indirizzo di studi, di principi e di pensieri a cui la scuola stessa si ispira nel proporre il proprio modo di fare Counseling;
  3. la chiarificazione dei rudimenti dell’arte del comunicare.

Io trovo che uno degli aspetti più emozionanti del Counseling sia il fatto che il farlo sia possibile, principalmente, grazie allo sviluppo e alla valorizzazione di competenze che altro non sono che le nostre “potenzialità umane” più belle: l’accoglienza, l’ascolto, il saper prendersi cura di sé e degli altri, l’empatia, la creatività, l’onestà, la proattività, la comunicazione, l’intelligenza emotiva, la presenza e l’affidabilità, l’intuizione. Lo scrivere queste parole mi fa crescere la “carogna” nei confronti di quei “Psico-qualcosa” che pensano di poter racchiudere l’uso di queste potenzialità nel ghetto del loro ordine professionale. Mi sembra un “disturbo” degno di essere classificato nella versione più aggiornata del loro tanto acclamato “DSM, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali”. Insomma, quello che rende possibile il Counseling, quello che fa del Counseling un buon Counseling, non sono le tecniche utilizzate o le teorie psicologiche conosciute, è la migliore applicazione delle nostre potenzialità umane più belle. Per questo motivo, le competenze che permettono l’esercizio del Counseling non si possono insegnare attraverso dei corsi di tipo accademico, si possono formare attraverso esperienze di tipo educativo e attraverso attività allenanti.

La mia scuola ideale di Counseling è una “palestra”, non un’università!
Una palestra dove si allenano, con esercitazioni e  “pratiche” adeguate, le nostre competenze relazionali/personali. Una palestra dove “preparatori-maestri-tutor”, all’occorrenza, sappiano anche guidare i propri allievi negli studi e negli approfondimenti di quei saperi teorici necessari a  supportare il valore e lo sviluppo delle loro “Competenze Relazionali/Personali”.

 5. Quali “materie” di studio/apprendimento per la formazione “IN Counseling”?Tutte le “Competenze Relazionali/Personali e le varie “Tecniche Specifiche” cui ho già fatto, in precedenza, riferimento sono “materia” di studio/apprendimento fondamentale per la formazione IN Counseling. La “qualità” principale di tali “materie” potrà unicamente essere appresa attraverso modalità di formazione esperienziale. Per quanto riguarda il piano teorico-intellettuale di tali materie,  val la pena sottolineare che, nel fare Counseling, le nostre conoscenze sono utili solo se riusciamo a filtrarle e a rielaborarle attraverso il nostro “sentire”, il nostro “saper ascoltare” ed “essere presenti” nella relazione che stiamo avendo con il nostro cliente. Se le conoscenze di cui disponiamo riusciamo a farle agire come variabile dipendente di ciò che “sentiamo” (col nostro ascolto) , allora facciamo Counseling; se invece, “sentiamo” in funzione di ciò che sappiamo, allora non facciamo Counseling.
In questo senso, i nostri saperi (teorici) rischiano d’essere un’arma a doppio taglio, che a volte diventano più un impedimento che non un supporto al nostro Counseling.
Detto questo, una formazione IN Counseling dovrà senz’altro prevedere una qualche infarinatura di molte fra le “materie” inquadrabili nel panorama delle cosiddette Scienze Sociali/Umane.
Buone conoscenze di Filosofia, di Storia Sociale, di Antropologia Culturale, di Sociologia, di Psicologia, possono fare di noi dei counselor migliori.
Ribadisco che non possiamo assegnare ad una scuola di Counseling tutto ciò a cui, da un punto di vista teorico, un counselor può fare riferimento nel suo fare Counseling.
Una “Scuola di Counseling” può, realisticamente:
fornire gli elementi cognitivi fondamentali e caratteristici dell’indirizzo di pensieri e principi a cui si riferisce;

  1. inquadrare le relazioni tra tali elementi e l’utilizzo delle “Tecniche Specifiche” di cui propone il ricorso;
  2. presentare i principali collegamenti fra tutto ciò e il più generale piano delle conoscenze sul comportamento e sull’esistenza umana, nei suoi aspetti individuali, di genere, di età e di organizzazione sociale;
  3. esplicitare gli elementi “filosofici-storico-antro-psico-sociologici” di base utili ad inquadrare il senso e le ragioni del proprio modello di Counseling;
  4. spiegare i rudimenti dell’arte del comunicare.

Il Counseling è un modo di stare e di agire con noi stessi e con gli altri che apprendiamo, nel senso che facciamo nostro, assimilandolo con tutti i nostri sensi; non è un “sapere” che impariamo come semplice cognizione teorico-intellettuale. Al Counseling ci abituiamo per educazione e per allenamento, più che per insegnamento/spegazione. Il counseling consiste nell’aiutare il prossimo ad attivare potenzialità, saperi e risorse già in suo possesso. Per questo, le competenze necessarie per esercitare il counseling sono di tipo squisitamente relazionale e si inquadrano in un insieme di “saperi” che riguardano, principalmente,  il “fare” e l’ “essere”. Per tale ragione, è fondamentale che ogni percorso di formazione IN Counseling sia centrato sulla dimensione esperienziale dell’apprendimento. Perché solo su questa via, possiamo sviluppare e valorizzare sia il “saper fare” , sia il “saper essere”, di chi farà Counseling. Per quanto concerne il “fare”, i saperi da formare e sviluppare riguardano innanzitutto il:

  1. Saper comunicare
  2. Saper ascoltare
  3. Saper prendersi cura, di sé e degli altri.

Per quanto riguarda l’ “essere”, i saperi su cui lavorare riguardano, principalmente, il saper essere:

  1. presenti, consapevoli e responsabili;
  2. accoglienti, affidabili ed equilibrati;
  3. empatici, onesti, autentici;
  4. creativi, assertivi, proattivi.

 Sull’integrazione di questi “saperi” è bene centrare la formazione “IN Counseling”.

 6. Chi può formare i counselor?

Per rispondere a questa domanda, voglio partire dalla parte più semplice: le “Competenze Teorico-Intellettuali”.
Considerando che la “materia” da insegnare consiste in un’infarinatura generale degli aspetti storici, filosofici, antropologo-culturali, sociologici e psicologici, che presiedono al e supportano il nostro fare Counseling, io credo che un qualsiasi laureato in una qualche disciplina umanistica, abbia le giuste potenzialità per tenere delle docenze ad hoc nelle nostre scuole di Counseling.
Per quanto riguarda, in particolare, gli insegnamenti relativi all’ “arte del comunicare”, io mi rivolgerei soprattutto a professionisti della comunicazione provenienti dal mondo del lavoro, piuttosto che da quello delle Università.
Per quanto riguarda le “Competenze Relazionali/Personali”, altresì qui inquadrate come i “Saperi del Fare e dell’Essere”, considerando che su queste competenze possiamo agire in chiave formativa,  solo attraverso dei training di tipo esperienziale, organizzati principalmente attraverso tecniche di “messa in atto” e di “role play”, la direzione didattica di una Scuola IN Counseling potrebbe/dovrebbe organizzare dei laboratori ad hoc, facendoli condurre da chiunque possa attestare una qualche specifica ed interessante competenza nelle “arti” del “vedere”, del “pensare”, del “sentire” e dell’ “agire” (noi non siamo “Psico-qualcosa”, siamo counselor, siamo fatti di “apertura”, “accoglienza” e “condivisone”).
Per quanto riguarda la specifica arte del Counseling, io ritengo che il miglior insegnamento sia quello di farla sperimentare agli allievi delle nostre scuole, esercitandola su di loro e con loro in sessioni formative organizzate come vere e proprie sessioni di Counseling, ora di gruppo, ora individuale. Inoltre, si potrà/dovrà “insegnare” l’arte del counseling attraverso la gestione di “role play” ad hoc e attraverso azioni di supervisione didattica, sia diretta, sia indiretta. Chiaramente, tutte le attività formative gestite da una Scuola IN Counseling, vanno supervisionate da un counselor, così come deve essere counselor chi si dedica alla supervisione didattica, chi gestisce le sessioni formative di Counseling, di gruppo e individuali, e chi conduce i “role play” relativi alla sperimentazione del Counseling.
Chi può quindi formare i counselor?
Alla formazione di un counselor possono concorrere professionisti di vario tipo, ma il tutto deve essere diretto da counselor, così come gli “insegnamenti” specifici di Counseling devono essere appannaggio esclusivo dei counselor.
Paradossale è la circostanza che molti “Psico-qualcosa” dispongano di tutti i saperi e le competenze per fare Counseling; la stragrande maggioranza ne abbia una gran parte; tutti potrebbero insegnare qualcosa in una Scuola di Counseling.
Peccato per come, in prevalenza, si stiano muovendo!
Peccato soprattutto per loro, perché per quello che riguarda il mondo del Counseling, io non credo che oggi, in Italia, escludendo gli “Psico-qualcosa” (chiaramente nel caso che siano loro ad escludersi), ci ritroveremmo ad affrontare difficoltà insormontabili a reperire docenti e trainer ad hoc per le nostre formazioni. Se riconosciamo che le “Competenze” necessarie per fare Counseling sono quelle che ho fin qui presentato (“Competenze Relazionali/Personali”, utilizzo di “Tecniche Specifiche” e particolari “Saperi Teorico-Intellettuali”), possiamo pensare che per lavorare alla loro formazione sia indispensabile il concorso diretto di Psicologi o “Psico-qualcosa”? Certo, una loro sana collaborazione è stata e continuerebbe ad essere molto utile ed apprezzata, ma come counselor dico che: “il fatto di essere utili non li rende indispensabili”!

Ancora una volta, mi permetto una nota autobiografica a sostegno di questa mia affermazione. La gran parte delle conoscenze teoriche che mi aiutano a fare Counseling e a formare counselor le ho apprese senza il contatto diretto con un qualche “Psico-qualcosa” (strano a dirsi, ma i saperi teorici di tipo psicologico indispensabili per fare Counseling sono diffusi e distribuiti anche tra professionisti della formazione non psicologi!). Vengo da una cultura universitaria in cui l’interdisciplinarietà era considerata un valore! Sono laureato in Lettere ed il mio corso di Laurea è stato un continuo muoversi tra insegnamenti di vario tipo, tutti legati alle Scienze Umane (Storia ed Economia Sociale, Storia della Lingua, Semiologia, Sociologia, Antropologia Culturale, Filosofia, Psicologia, Comunicazione). Per meglio operare nel mio lavoro di consulente di Marketing e di Comunicazione, ho approfondito quegli aspetti di tali materie, che più mi servivano. Con la mia esperienza professionale e la formazione di Coaching che ho seguito, ho acquisito una prima familiarità con alcune delle “Tecniche Specifiche” di cui parlo in questo mio scritto; una familiarità che ho sviluppato con la formazione in Gestalt Counseling. A proposito delle “Tecniche Speciali” che uso per fare Counseling: l’ “ascolto”, la “respirazione”, la “drammatizzazione” e la “messa in atto”, posso affermare che:

  • Sono stato “iniziato” all’ascolto da una trainer, Professional Counselor (non Psicologa, laureata in Chimica!);
  • Ho imparato, ed imparo, ad ascoltare, esercitandomi ad ascoltare.
  • Per quanto riguarda il respirare, grazie a Dio sono nato “imparato”, inoltre, durante la scuola di Counseling, i miei trainer mi hanno più volte invitato a respirare più consapevolmente, prestando attenzione al modo in cui lo facevo, a quando lo interrompevo, acceleravo, ecc,ecc.
  • Circa gli esercizi di drammatizzazione e di “messa in atto”, ne ho fatta esperienza, prima, nelle mie esperienze di lavoro e, poi, durante la mia formazione in “Gestalt Counseling”; continuo a perfezionarne l’esercizio con l’esercizio della mia attività di counselor e di formatore; ne ho studiato e approfondisco le valenze e l’utilizzo, soprattutto, tuffandomi nei mari delle pubblicazioni in materia, soprattutto di stampo gestaltico.

 Forse si tratta di documentazione clandestina, di cui sono subdolamente entrato in possesso!? Ah no! È letteratura liberamente reperibile in tutte le librerie del mondo, anche se, a quanto pare, per alcuni “Psico-qualcosa”, i contenuti di questa letteratura è esclusiva “Cosa Loro” (mi viene in mente un mio amico d’infanzia, che con la sua palla voleva giocare solo lui e poi si lamentava di non trovare compagni di gioco; un po’ come certi “Psico-qualcosa” si lamentano di non trovare sbocchi occupazionali!).

 7. Chi può accedere alla formazione IN Counseling?

  Alla prima questione qui trattata, “Cos’è il Counseling”, ho così risposto:
“Ogni volta che qualcuno aiuta qualcun altro a meglio affrontare i propri problemi, esistenziali e di crescita, e lo fa:

  1. senza sostituirsi a lui, senza proporgli ricette o soluzioni precostituite,
  2. aiutandolo a meglio riconoscere gli elementi problematici in causa e
  3. a meglio utilizzare le proprie possibilità di intervenire su di questi al fine di migliorare la propria condizione,

questo è Counseling”.

 Aiutare gli altri a meglio affrontare i propri problemi, esistenziali e di crescita, è una attività che, storicamente, è sempre stata variamente distribuita nei “gangli” e nelle “funzioni”delle reti di relazione parentali e sociali delle persone. Da un po’ di tempo a questa parte, però, in parallelo allo sviluppo della nostra complessità sociale, assistiamo ad un proliferare di specifiche professioni dedicate all’aiuto, tra queste il Counseling. Una tale dinamica è, sicuramente, collegata ai fenomeni di disgregazione che caratterizzano questa nostra “complessità sociale”, che sempre più sta smarrendo  la necessaria capacità di sostenere l’adeguata crescita e maturazione degli individui che la compongono. Famiglia, scuola, lavoro, reti amicali e relazionali varie non sono più in grado di funzionare, a pieno, in termini di sostegno, aiuto alla crescita, alla maturazione personale e sociale. Uno dei risultati è la quantità crescente di persone sole, isolate ed in conflitto con l’esistenza. Oggi il bisogno di aiuto è un bisogno che cresce col crescere delle difficoltà del vivere in questo nostro mondo. Il Counseling è una delle risposte più sane ed efficaci che possiamo dare a tale bisogno di aiuto.

Perché?

Perché il Counseling fa leva sullo sviluppo delle competenze personali degli individui a cui viene “erogato”; questo permette loro di diventare persone migliori! È questo un tipo di aiuto, quindi, che, contribuendo a formare persone migliori, se sarà diffuso, potrà portare un contributo di miglioramento generale alla nostra umanità e al nostro vivere sociale. Il Counseling è la messa in atto, consapevole e responsabile, di competenze/abilità alla portata di chiunque sia dotato di:

 1.  buone facoltà mentali,

 2.  buon senso e buon funzionamento dei propri sensi (intra  ed esterocettivi),

 3.  una cultura di base che gli permetta di dialogare e confrontarsi adeguatamente con gli altri, nonché di procedere a tutti gli apprendimenti teorico-intellettuali necessari per la propria formazione ed il proprio aggiornamento IN Counseling. Il Counseling è un insieme di competenze ed abilità che si formano e sviluppano, principalmente, allenando delle potenzialità umane che non sono appannaggio esclusivo di nessuno (tanto meno degli psicologi o “psico-qualcosa”): ascoltare, accogliere, “empatizzare”, comunicare, prendersi cura, accompagnare, aiutare.
Non so cosa sto dimenticando, ma una cosa mi appare sempre più chiara, sto parlando di potenzialità umane, potenzialità che potrebbero diventare gli agiti caratteristici della nostra umanità, del nostro essere umani, se solo riuscissimo a valorizzarle e a svilupparle! Per questa ragione, io credo che il Counseling dovrebbe essere una formazione aperta a tutti, senza alcun limite d’accesso che non siano quelli dell’avere buone facoltà mentali e dei sensi.
Sia il processo di formazione stesso IN Counseling a selezionare chi potrà fare Counseling!
A ciascun allievo la responsabilità di “starci dentro”.
Conosco, personalmente, una certa quantità di persone che non hanno un diploma di scuola media superiore, ma hanno tutte le potenzialità per apprendere il Counseling! Penso, ad esempio, ad una mia cara amica, di 45 anni, con un’esperienza di vita alle spalle, una cultura ed una saggezza personale da far ammutolire un qualunque neolaureato in Psicologia (ad esempio, una delle sue figlie!)

A ciascuna scuola andrebbe assegnata la discrezione di scegliere i propri allievi (verificandone gli attributisostanziali di accessibilità), accompagnarli al diploma o “bocciarli”, nel momento in cui se ne riscontrasse un’incompatibilità sostanziale.

Alle associazioni di categoria la responsabilità di verificarne i “saperi”, non i titoli!

Come possiamo fare una battaglia a favore delle competenze (le nostre) ed accettare discriminazioni sulla base, ad esempio, di un qualche vincolo aprioristico, legato al possesso di un qualche titolo di studio!? Oggi il bisogno di Counseling è un bisogno che cresce col crescere della disgregazione sociale e delle difficoltà del vivere a questa associate. Alla formazione IN Counseling, prima, e alla professione del Counselor, dopo, deve poter accedere chi ha interesse, chi è disposto, chi ha piacere di aiutare il prossimo, imparando a farlo e accettando di farlo  nei termini già, schematicamente, qui presentati.

 Termini che sento il bisogno di richiamare:

“Ogni volta che qualcuno aiuta qualcun altro a meglio affrontare i propri problemi, esistenziali e di crescita, e lo fa:

  1. senza sostituirsi a lui, senza proporgli ricette o soluzioni precostituite,
  2. aiutandolo a meglio riconoscere gli elementi problematici in causa e
  3. a meglio utilizzare le proprie possibilità di intervenire su di questi al fine di migliorare la propria condizione,

 questo è Counseling”.

 Lo psicologo è un esperto in “misurazioni”. Intende misurare la psiche e stabilire perché stiamo male e cosa dobbiamo fare per “guarire”. Pensa di poterci e saperci dire perché non riusciamo a fare le cose giuste e perché facciamo quelle sbagliate. Pretende di dirci cosa è giusto e cosa è sbagliato!
Noi counselor ci occupiamo degli esseri umani.
Non ci interessa analizzare i perché delle loro difficoltà e prescrivere cure di qualche tipo.
Noi counselor accogliamo i nostri clienti, stiamo con loro, ascoltandoli.
Offrendo loro accoglienza e ascolto, permettiamo la “rigenerazione” e lo sviluppo delle loro potenzialità e, con questo, permettiamo il miglioramento delle loro possibilità di agire e stare meglio nelle situazioni in cui riscontrano le loro, particolari, difficoltà!
Con il loro richiamarsi alla “salute pubblica”, gli ordini degli psicologi si arroccano sul versante medico-sanitario della Psicologia, rafforzando l’idea generale ed il senso comune che gli psicologi ed i vari “Psico-qualcosa” siano dei para-medici, che curano le malattie mentali (ergo: “vade retro!”).
E pensare che, originariamente e paradossalmente, il Counseling, come attività professionale, venne “avviata” proprio da psicologi e psicoterapeuti. Certo, si trattava di quelli più illuminati. Quelli di “scuola umanistica”. Quelli che, per primi, si accorsero che, in determinati contesti dell’esperienza umana, un certo particolare “taglio” della loro operatività poteva debitamente essere usata, a fini di aiuto, nei confronti, non di soggetti “malati mentalmente” o in possesso di qualche “disturbo mentale”, ma, semplicemente, alle prese con qualche personale difficoltà legata a particolari circostanze della propria esistenza.
Se storicamente il Counseling, come specifica attività professionale, nasce per far fronte ad una specifica situazione di emergenza sociale, aiutare i reduci di guerra a ricostruirsi una vita accettabile, superando i tormenti emotivi causati dalla loro partecipazione ad una guerra orribile (ma tutte le guerre sono orribili!), oggi il bisogno sempre più diffuso di Counseling risiede nel fatto che viviamo in una realtà storico-sociale che non riesce più a prendersi cura dei necessari processi di crescita, di educazione e di sana socializzazione dei singoli individui che la compongono.
Viviamo in un mondo in cui cresce esponenzialmente il numero di individui che non riescono più a vivere la propria vita, in un modo da essi stessi considerato accettabile. Oggi il counseling e’ una competenza che va sempre più distribuendosi fra non psicologi/psico-qualcosa. Se gli psicologi/psico-qualcosa vogliono riprendersi questa competenza e tenersela tutta per loro, si cimentano in una “mission” antistorica ed impossibile. Insomma delirano (non sarà mica che sono stati contagiati da qualche loro paziente!? ). Il Counseling nasce con, e mantiene, l’intento di “prendersi cura” delle persone sane che hanno, semplicemente, delle difficoltà legate alla gestione del loro vivere quotidiano! Per questo motivo il Counseling ha più “mercato” della Psicologia e dei suoi derivati “Psico-qualcosa”! Voglio concludere questa mia “lettera aperta” con due domande, rivolte a tutti gli psicologi, psicanalisti, psicoterapeuti e “Psico-qualcosa” possibili:

1) “se volete lavorare, perché non sfruttate tutte le vostre competenze, le integrate con una formazione IN Counseling  e vi date al Counseling?” Potreste proporvi sul mercato non come semplici counselor, ma come dei “Super-Mega- Illustrissimi-Counselor”!

2) In che modo, di fronte ai vostri super poteri, noi “miseri-semplici-professional-counselor” potremmo farvi concorrenza!?

Grazie per l’attenzione
Domenico Nigro

Tratto da Domenico Nigro

Lascia un commento